Una nuova SCONFITTA degli Stati Uniti
Non sarà certo una pace duratura. Sarà soltanto, forse, una tregua prolungata per avviare una trattativa che procederà comunque sul filo del rasoio, visti gli interessi divergenti delle parti e l’attivo sabotaggio del regime sionista, che – tanto con Netanyahu quanto con i suoi oppositori – non ha alcuna intenzione di riconoscere la sconfitta e andarsene dal Libano, anzi.
Se si escludono le declamazioni di Trump, il giudizio è unanime: gli Stati Uniti escono ancora una volta sconfitti da una guerra che hanno affrontato con l’insensata certezza di vincerla in poco tempo e con pochi costi. E con la pretesa demente di produrre dall’esterno un cambio di regime insediando a Teheran uno screditatissimo figuro della dinastia Palhavi con zero seguito nel paese – un bis del golpe del 1953 contro Mossadeq. Delle grandi masse festanti per i bombardamenti statunitensi-sionisti e invocanti, su ordine di Washington, il ritorno della monarchia, non si è visto, ovviamente, un solo fotogramma. Neppure fatto con la AI. Né si è materializzata la legione curda data per pronta ad intervenire al servizio degli imperialisti di Occidente.
La (provvisoria) vittoria militare e, soprattutto, politico-diplomatica arride a Teheran. Ad un’Iran che ha sempre più al suo centro un complesso militare-industriale solido, preparato, efficiente.
Questa vittoria non è sorprendente. Molti osservatori borghesi avevano scambiato l’Iran per una colonia sprovvista di tutto, che per l’asse Washington-Tel Aviv sarebbe stato agevole mettere in ginocchio con pochi colpi ben assestati.
Niente di tutto ciò.
Come ha orgogliosamente affermato Khamenei figlio, l’Iran “è una potenza“. Una potenza capitalistica regionale, che cerca di superare la propria condizione di capitalismo burocratico/dipendente che l’imperialismo occidentale lo vuole ricacciare. Con una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti, immense risorse energetiche, un livello avanzato di tecnologia in ambito militare, un forte sentimento nazionale (legato anche alla lunga tradizione imperiale, e ad un’ancor più antica civiltà), l’Iran è stato ed è in grado di azionare – uranio arricchito o meno – la leva di un’atomica economica di portata mondiale: la chiusura dello stretto di Hormuz sia alle navi che ai cavi sottomarini attraverso i quali passano ogni giorno transazioni finanziarie pari a 10.000 miliardi di dollari. Una chiusura esiziale soprattutto per tanti alleati degli Stati Uniti. Nessun altro paese del Golfo ha una potenza capitalistica paragonabile a quella dell’Iran. Disseminate a loro “protezione” di basi amerikane, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati hanno sperimentato che ormai la tutela statunitense, militare ed economica, è per loro solo, o prevalentemente, causa di danni. Non a caso il principe ereditario saudita Bin Salman è stato tra i più decisi ad opporsi al riaccendersi della guerra, e nel corso della tregua è arrivato a proporre all’Iran e agli altri paesi del Golfo un “patto di non aggressione” sul modello del trattato di Helsinki – un modo, appunto, per sottrarsi a questa tutela.
In un editoriale del New York Times a firma Robert Pape, che non è uno sprovveduto, l’Iran di oggi è descritto come “la quarta potenza globale“, dopo Stati Uniti, Cina e Russia.
Com’è evidente da tempo, l’Iran è tutt’altro che solo. Dietro l’Iran ci sono la Cina e la Russia, molto più di quanto Pechino e Mosca non siano disposte ad ammettere apertamente. Ha scritto con ammirevole chiarezza il filosofo politico russo Aleksandr Dugin: la guerra tra Iran e l’asse Stati Uniti-Israele è un’anticipazione e, nello stesso tempo, una rivelazione della “essenza della terza guerra mondiale“. Un concetto confermato dalle valutazioni di Thierry Breton, un ex-commissario dell’UE dotato di cervello (a differenza di una Kallas), che ha definito questa guerra non locale, bensì globale.
Molto dipende dalla Cina, nota; e da lì vede arrivare segnali incoraggianti perché finalmente il “pensiero strategico cinese” sembra orientato ad abbandonare le molli strategie “win win”[1] o “panda” per stringere i tempi dell’attacco a Taiwan, con l’apertura di un terzo fronte a cui l’Occidente imperialista non è preparato. Qualcosa di simile ha sostenuto al recente Forum di San Pietroburgo uno dei consiglieri di alto livello delle oligarchie russe, Bezrukov, secondo cui per la Russia è venuto il momento di abbandonare ogni prudenza e passare ad un attacco più deciso ai paesi europei che sono già in guerra con la Russia. Una tesi che sostengono altri consiglieri del Cremlino quali Karaganov e Panina. Ma, a scanso di equivoci, va detto che la Russia è ben lungi dal preparare un attacco all’Europa, come dimostrano le rilevanti difficoltà che sta incontrando nell’avanzata in Ucraina, difficoltà ammesse recentemente dallo stesso Putin.
Sul fronte opposto, per Thierry Breton[2] l’insegnamento da trarre dalla guerra all’Iran è il seguente: gli Stati Uniti e l’UE sono bloccati, attardati in una logica (perdente) di “guerra breve ad alta intensità” tipica delle guerre totalmente asimmetriche. Invece l’Iran si è preparato allo scontro con “una base industriale pensata per durare”, e sta incassando la vittoria grazie ai suoi missili e ai suoi droni. Nonostante i gravi colpi subiti, queste armi sono la “chiave di volta” della sua resilienza nello scontro con gli assai più potenti e costosi sistemi militari occidentali. L’asse degli aggressori Stati Uniti-Israele, invece, ha scoperto la propria carenza di intercettori, il loro costo esorbitante, la difficoltà di rifornire gli arsenali con la stessa velocità con cui le “munizioni intelligenti” vengono consumate, con il corollario di dover scegliere a chi destinare gli aiuti militari, quali scacchieri privilegiare e quali trascurare. In questa guerra è emersa infatti la “vulnerabilità strategica” del duo Stati Uniti-Israele a fronte dell’efficacia della strategia iraniana che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire. Anche l’analisi di Breton mette capo a Pechino, la testa di “un’architettura strategica allargata in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord (…) formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia”. Per cui la guerra in Iran va considerata “il primo stress test[3] in piena scala di un mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti“. Dato per inevitabile lo scontro bellico Stati Uniti-Cina, l’implicito consiglio alle potenze occidentali è: occhio! Modifichiamo radicalmente e in fretta strategia militare e strutture industriali, altrimenti andiamo incontro alla sconfitta. Com’è appena avvenuto in Iran.
Messa in prospettiva – dopo la guerra tra NATO e Russia in Ucraina, il genocidio di Gaza e la guerra “sui 7 fronti” del governo Netanyahu, l’aggressione imperialista all’Iran non solo un aspetto della contraddizione Imperialismo/popoli oppressi ma anche un altro passo verso una apocalittica terza guerra mondiale che precipiterebbe nell’abisso le masse sfruttate ed oppresse del mondo, e con esse madre natura.
Ecco perché come comunisti siamo per la disfatta dei gangster aggressori, ma non possiamo considerare la provvisoria vittoria del campo Iran-Cina-Russia una vittoria nostra, una vittoria del fronte proletario.
A meno di non voler prendere sul serio le frottole sulla “coesistenza pacifica” multilaterale, chiudendosi gli occhi davanti alla frenetica corsa al riarmo che impazza ovunque nel mondo – dagli Stati Uniti di Trump-Musk fino al Giappone dell’invasata Sanae Takaichi, passando per la Germania dei revanscisti Merz-Pistorius-von der Leyen e per la Cina del calmo pianificatore Xi, che ha appena liquidato gli alti vertici militari cinesi per le loro eccessive confidenze con quelli yankee. Una corsa che impazza anche in Italia con i profitti e le commesse record di Leonardo e Fincantieri, nonostante le oggettive difficoltà del governo Meloni di reperire i fondi necessari per far fare alle spese militari il salto dal 2% al 5% del pil.
Il regime iraniano esce dalla guerra indubbiamente rafforzato, e sembra si prepari a celebrare l’accordo di tregua con una cerimonia di sepoltura di Ali Khamenei, dal 4 luglio in poi, di tale maestosità da “stupire il mondo”. Ha subito colpi duri alle proprie infrastrutture militari e produttive, si è visto distruggere marina e aviazione, ma ha potuto usare, e ha usato brutalmente, l’arma propagandistica del compattamento nazionale davanti all’aggressore per stringere la morsa poliziesca sulla vasta opposizione proletaria e popolare (altro che agenti dello scià!) schiacciata nel sangue l’8-9 gennaio, e per far partire un’altra raffica di esecuzioni di prigionieri politici detenuti per le proteste di piazza dell’ultimo decennio.
Certo, a Teheran la cerchia di vertice dovrà fare i conti con l’opposizione combattiva all’accordo dichiarata dal Paydari Party[4] che sta manifestando nelle piazze contro l’intesa giudicata una “catastrofica capitolazione”. Questa formazione, guidata dal ricco magnate ed esponente dei Pasdaran Sadegh Mahsouli, e considerata vicina a Mojtaba Khamenei, si professa ostile per principio ad ogni accordo con i paesi occidentali sul trattamento dell’uranio e alle relazioni diplomatiche con essi. Attacca Ghalibaf e Araghchi per la riapertura incondizionata dello stretto di Hormuz, che a suo dire verrebbe aperto anche alle navi mercantili israeliane, e per le irrisorie riparazioni previste nell’intesa (a fronte di centinaia di miliardi di dollari di danni). Staremo a vedere se si tratta di una vera opposizione, o di un gioco delle parti per occupare preventivamente lo spazio di una critica ai vertici del regime centrandola sull’orgoglio nazionale anziché sui bisogni sociali di massa. In ogni caso i governanti di Teheran dovranno fare i conti con l’aggravamento delle contraddizioni sociali, di classe, che la guerra ha portato con sé, e con il “rischio” di un ritorno in campo della protesta proletaria e popolare.
Come hanno denunciato all’unanimità gli organismi operai e proletari indipendenti esistenti in Iran (in semi-clandestinità), le prime vittime di questa guerra sono state le masse lavoratrici e i diseredati. Per le migliaia di morti e feriti, civili e militari di truppa; per la perdita, diretta o indiretta, di milioni di posti di lavoro; per l’esplosione dei prezzi dei beni di prima necessità e la conseguente espansione della povertà
Fatte le debite proporzioni, s’intende, alle masse proletarie non è andata meglio sul versante degli Stati Uniti, con la crescita rilevante del prezzo della benzina e del gasolio, dell’inflazione in generale, e gli enormi costi della breve (per ora) guerra. Con le guerre in corso ed in preparazione a terra, nei mari, nei cieli e nel sistema solare, mentre Musk ascende al trono di primo trilionario della storia del capitalismo, negli Stati Uniti milioni di famiglie proletarie si riempiono di ulteriori debiti, di cibo spazzatura, di malattie, precipitando nel superlavoro e nella disperazione – tant’è che proprio durante questa guerra la popolarità del superboss, forte “in alto”, è in picchiata “in basso”. Dove l’ICE continua a macinare repressione e seminare odio contro gli immigrati – il versante interno della guerra esterna.
Da questa guerra il movimento proletario in Iran, negli Stati Uniti, nel mondo non ha avuto niente da guadagnare. Di questa guerra, anzi, è stato ed è il bersaglio, sia in Iran che negli Stati Uniti. Né ha qualcosa da guadagnare dalla crescita di prestigio del regime islamico-militare iraniano: per la natura di classe di questo regime, per i suoi piani d’azione, per le sue alleanze.
Certamente la resistenza dell’Iran ha comunque risollevato il morale delle masse arabe frustrate dal non aver saputo impedire il genocidio dei palestinesi di Gaza e l’ulteriore espansionismo sionista in Cisgiordania e in Libano.
Però questo fatto perché rafforza la convinzione che il solo modo per colpire e alla fine distruggere lo stato di Israele è quello di una guerra generale inter-capitalistica che inevitabilmente deborderebbe dal Medio Oriente, visto che Israele è la longa manus terroristica nella regione di Stati Uniti ed Unione europea. Rafforza la convinzione passivizzante che le classi sfruttate e oppresse sono impotenti davanti all’imperialismo; potenti sono esclusivamente gli stati. E pazienza se si tratta di stati che opprimono le classi lavoratrici… (o c’è qualcuno così spudorato, specie tra gli ex-compagni, che consideri l’Iran di oggi qualcosa di diverso da un regime capitalistico dalla testa ai piedi?).
La lotta per liberarsi dall’imperialismo andrebbe quindi delegata agli stati che appartengono al blocco capitalista-imperialista anti-occidentale, dunque alla guerra reazionaria tra stati borghesi (a capitalismo burocratico/dipendente) , anziché alla sollevazione rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi, alla guerra popolare di lunga durata da part delle masse popolari.
Puntare sullo stato iraniano, sulla Cina, sulla Russia per liberarsi dall’imperialismo yankee e dal sionismo?
Sarebbe una prospettiva suicida. Proprio la tragica vicenda di Gaza ne è la prova inconfutabile. Il 7 ottobre 2023 è stato un momento importante della secolare lotta di liberazione nazional-rivoluzionaria del popolo palestinese. Davanti alla feroce reazione sionista a questa insorgenza, il regime iraniano non ha posto alcuna “linea rossa” – né per Gaza né per la Cisgiordania. Per parte sua la Cina, la superpotenza capitalistica capofila del blocco di cui l’Iran è parte, ha continuato a rifornire Israele di oceani di merci necessarie alla sua economia e alla sua vita quotidiana, incurante delle montagne di cadaveri di combattenti, donne e bambini palestinesi. Così come hanno fatto Russia, Brasile, India e altri Brics continuando ad inviare all’IDF il carburante necessario per reiterare i bombardamenti e le stragi all’infinito, incluse quelle avvenute dopo la “tregua” o che stanno avvenendo da mesi in Libano. Cina e Russia avrebbero potuto fare almeno la mossa scenica di porre il veto al piano Trump-Netanyahu per Gaza, quintessenza di fascismo colonialista. Niente, neppure quella. Hanno preferito astenersi mostrando la loro buona volontà verso i volonterosi carnefici dei palestinesi.
Per tutti questi stati, nessuno escluso, la causa palestinese, in quanto lotta di liberazione nazional-rivoluzionaria, è solo una carta da giocare nella manipolazione dell’opinione pubblica internazionale e sui tavoli segreti della diplomazia e degli scambi di favori tra assassini. Non è la liberazione del popolo palestinese, né – tanto meno – la liberazione degli sfruttati e degli oppressi arabi e islamici che gli sta a cuore; è solo l’affermazione dei propri interessi di dominio sulla maggior quantità possibile di oppressi e di sfruttati in Medio Oriente e fuori dal Medio Oriente.
Senza dubbio: la sconfitta degli Stati Uniti può incoraggiare le masse del mondo arabo e islamico. Ma quest’effetto non è automatico. Può essere reale (e non immaginario) solo alla condizione che le classi sfruttate e oppresse si mettano in azione in prima persona, senza alcuna delega agli stati borghesi e reazionari del campo anti-occidentale. Altro è essere anti-amerikani, altro è essere anti-imperialisti. Se sei anti-imperialista, sei anti-amerikano, ma non è vero il contrario. Il regime iraniano è anti-amerikano, anche se ha avuto almeno tre presidenti di lungo corso (Rafsanjani, Khatami e Rouhani) favorevoli a ricucire i rapporti con Stati Uniti e Occidente, e lo è anche Pezeshkian. Ma ciò non ha nulla a che vedere con l’anti-imperialismo. A meno che per imperialismo, contro tutti i criteri marxisti (di Lenin per primo) e gli inconfutabili dati di fatto, non s’intenda che il solo imperialismo amerikano.
Tanto meno ha a che vedere con la lotta alla guerra globale in preparazione. Se è inconfutabile quanto sostengono senza ipocrisia i Dugin e i Breton, la lotta contro il riarmo, l’economia di guerra e la corsa alla guerra mondiale inter-capitalistica esige il massimo impegno nella formazione di un fronte proletario internazionale e internazionalista che nulla conceda né al campismo, né all’attesa sempre disastrosa che il nemico del nostro nemico faccia una parte del lavoro per noi, né alla illusione minimalista che l’accontentarsi del “meno peggio” ci protegga dal peggio, anziché spianargli la strada – ottanta anni di bancarottiero riformismo togliattiano, di sotto-riformismo berlingueriano e di riformismo reazionario-liberista del Pd dovrebbero bastare, o no?
Bisogna ammettere che le attese e le illusioni disastrose di cui sopra hanno oggi tanto seguito, anche negli ambienti di movimento, per l’assenza dalla scena politica nazionale e internazionale di un movimento proletario degno di questo nome. Una responsabilità particolare sta proprio ai proletari dei paesi imperialisti che finora, salvo rarissime eccezioni, non hanno ingaggiato una vera battaglia contro gli interessi industriali, finanziari, commerciali, militari e diplomatici delle proprie classi dominanti e del loro apparato di dominio. Qui in Italia, e nel Regno Unito, in Grecia, in Francia, qualcosa si è mosso a sostegno della resistenza del popolo palestinese e contro l’apparato di distruzione e di morte sionista-occidentale. Ma è ancora troppo poco, in quantità e in determinazione. I pesanti sacrifici richiesti anche qui dalla guerra Iran-Occidente e dalla corsa al riarmo in termini di balzo dell’inflazione, riduzione del potere d’acquisto dei salari, stretta repressiva sui posti di lavoro e nella società, possono creare una situazione più favorevole a risposte di massa più ampie e decise.
Tutto dipenderà dalla rinascita e dalla forza dell’auto-organizzazione di massa e dell’organizzazione politica proletaria, e dalla capacità delle sparute forze di avanguardia di tracciare una prospettiva d’azione anti-capitalista e anti-imperialista coerentemente internazionalista, che bruci le illusioni nei blocchi geo-politici come fattori di liberazione delle masse oppresse. La liberazione delle classi sfruttate e oppresse potrà avvenire solo per opera della loro lotta.
16 giugno 2026
[1] Si considera win-win una qualsiasi cosa che non scontenti o danneggi alcuno dei soggetti coinvolti.
https://it.wikipedia.org/wiki/Win-win
europeo
[2] Manager e politico francese, commissario europeo per il mercato interno e i servizi della commissione dal 2019al 2024
[3] Uno stress test è una prova di resistenza o valutazione progettata per misurare il limite di tolleranza o la risposta a condizioni estreme
[4] Il Fronte della Stabilità della Rivoluzione Islamica meglio noto come Partito Paydari, è una fazione politica fondamentalista e di estrema destra tra le più influenti e intransigenti del panorama iraniano.
Fondato nel 2011 da ex alleati dell'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, il movimento si è successivamente distaccato dal suo leader originario per posizionarsi su posizioni di ultra-conservatorismo radicale. Attualmente guidato dal segretario generale Sadegh Mahsouli, il partito sostiene un'interpretazione rigorosa e apocalittica dello sciismo e dei principi del velayat-e faqih (la guida suprema del paese).
https://it.wikipedia.org/wiki/Fronte_della_Stabilit%C3%A0_della_Rivoluzione_Islamica
https://www.iranintl.com/en/202502168830